In viaggio – capitolo 3 – Natale a Las Vegas e nella Death Valley

dsc_4220 Qualcuno probabilmente penserà che Las Vegas non è il posto giusto per passare il Natale. Non ne avete tutti i torti, ma la città si trova nel punto giusto per permetterci di fare una sosta e riposarci prima di proseguire il nostro viaggio. Abbiamo entrambi già visitato Las Vegas, ma questa volta decidiamo di variare e fare qualcosa di nuovo. È la vigilia di Natale, vogliamo trattarci bene e offrirci una bella cenetta in un buon ristorante nell’albergo dove alloggiamo. Ma prima di cena vogliamo vedere uno degli innumerevoli spettacoli: dopo averne scartati alcuni a causa della scarsità di biglietti, decidiamo di andare a vedere Ka, esibizione del Cirque du Soleil in una sala dell’MGM Grand.

Lo spettacolo ci lascia a bocca aperta: gli artisti si esibiscono in numeri al cardiopalmo e gli effetti speciali sono degni dei migliori film hollywoodiani. Il fil rouge dello spettacolo è la storia di due gemelli, figli dell’imperatore, che vengono separati durante un attacco al palazzo e intraprendono un viaggio per riunirsi. Lo spettacolo si svolge su sette piattaforme mobili che si muovono durante le scene. Il palcoscenico è grandioso e gli artisti-acrobati molto bravi.

Dopo la cena incontriamo una compagna di Cinzia e dei miei colleghi; passiamo qualche ora in compagnia in alcuni bar e nel casinò, dove non ci facciamo mancare una partita a black jack. So che siete curiosi e ve lo state chiedendo: non ho perso soldi (questa volta).

Dopo una bella dormita al Mandalay Bay, grande hotel ispirato alle spiagge caraibiche, il giorno di Natale rifacciamo le valigie e ci rimettiamo in strada per la nostra prossima tappa: la Death Valley, o valle della morte.

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dsc_0301 Proprio un brutto nome, che poco s’addice con questo giorno di festa, ma lo spettacolo che madre natura sta per presentarci è incredibile. Arriviamo in serata al bivio della strada per entrare nel parco nazionale della Death Valley, prendiamo la camera all’unico albergo nel raggio di diverse miglia: l’Amargosa Opera house hotel. È un vecchissimo albergo che mantiene tutto come nei tempi in cui è stato costruito: camere spoglie senza telefono e senza televisione, senza internet e senza copertura della rete mobile. dsc_0141 Annessa all’albergo c’è una bellissima sala da teatro, tutta decorata da Marta Becket, attrice-ballerina che si è esibita per diversi anni in questa sala e che è proprietaria di tutto il complesso. La sera vediamo uno spettacolo sui personaggi rappresentati sulle pareti della sala: l’attrice si veste come i personaggi e con dei numeri di mimo e di ballo crea delle storie e dà vita agli stessi.

Al mattino ci alziamo presto ed entriamo nel parco nazionale. È la terra degli estremi degli Stati Uniti: in estate ci sono le temperature più alte (57°C), c’è il punto più basso (Badwater, 86 m sotto il livello del mare), ed è il parco nazionale più grande fuori dall’Alaska. È una terra difficile, come dice il nome sembra senza vita; ma a guardar bene ci si trovano tanti bei posti e anche un po’ di vita selvatica. Una volta la regione era molto sfruttata dalle miniere di borace, un sale che viene usato in tantissimi campi: dagli alimentari alla cosmetica, nelle centrali nucleari, nella produzione di colle e vernici, praticamente ovunque.

dsc_0206 Il paesaggio è variegato: vediamo diverse miniere abbandonate, ci arrampichiamo su delle dune di sabbia, passeggiamo accanto ad un ruscello che non arriva da nessuna parte perché evapora durante il suo corso e ci addentriamo a piedi in un bellissimo canyon. È grande, e la presenza di un canyon indica la presenza di acqua. Strano, visto che è tutto così secco, ma quando piove c’è sempre molta acqua che si riversa nella valle della morte, visto che come detto c’è il punto più basso. Tutta quest’acqua erode le montagne e lava i sali portandoli nella valle. Per questo a Badwater il terreno è dieci volte più salato rispetto all’oceano: l’acqua non può defluire (visto che ci troviamo 86 metri sotto al livello del mare), ma evapora, depositando tutti i sali sul terreno.

dsc_0265 Non tutta l’acqua di Badwater viene dalle vicine montagne: in questa grande pianura c’è pure una piccola sorgente che crea una pozzanghera visibile tutto l’anno, anche quando non piove. Viste le altissime temperature, l’acqua non fa a tempo a creare nessun ruscello ma evapora quasi subito dopo essere arrivata in superficie. Nella mite (20°C) giornata invernale, troviamo il bacino di Badwater allagato per via delle recenti piogge. Il ranger ci spiega che probabilmente resterà bagnato ancora per un paio di settimane, dsc_0281 prima di ritrasformarsi nella consueta distesa di sali. L’acqua non è profonda, solo circa 30 cm, appena abbastanza per un kayak. La regione è in trasformazione: le montagne stanno ancora crescendo e la valle sta scendendo: il cartello indica ancora 282 piedi sotto il livello del mare ma in realtà sono già 284 (60 centimetri in più). In alcuni punti è anche un pochino più basso: turisti “perspicaci” hanno scavato dei buchi per essere più in basso del punto più basso della nazione.

dsc_0296 Tornando all’hotel abbiamo una brutta sorpresa: l’unica fonte di cibo, un piccolo café, è chiusa. Andiamo 10 km più a nord, appena dentro il confine del Nevada, dove – ovviamente – si trova un piccolo casinò, e un losco saloon in cui facciamo cena spendendo pochissimo. Per strada ci fermiamo ad osservare la via lattea, chiaramente distinguibile nel buio totale del deserto. Uno spettacolo inusuale per noi che viviamo nell’affollato e luminoso continente europeo.

Dopo aver recuperato ancora un po’ di ore di sonno, ci rimettiamo in viaggio. Passiamo a salutare la Death Valley, salendo su una montagna da dove possiamo vedere tutta la piana di Badwater, che assume diversi colori a dipendenza della quantità d’acqua presente. Le foto parlano da sé!

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La guida ci dice che da qui si può vedere non solo il punto più basso degli Stati Uniti, ma anche il più alto – di nuovo esclusa l’Alaska. Purtroppo non abbiamo idea di dove si trovi e quindi passa inosservato.

Per restare in tema di estremi, ci dirigiamo ora verso la contea più grande degli States, quella di Los Angeles.

A presto

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Mirko e Cinzia

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In viaggio – capitolo 2 – Salt Lake City e Arches

Dopo un parco in mezzo alle montagne ed alla neve, ci attendeva un parco nel deserto. Ma le 500 miglia che ci separavano da Arches imponevano una tappa. Visto che le città da queste parti sono molto disperse – per esempio, mentre scrivo abbiamo appena fatto 70 miglia senza nemmeno una stazione di servizio, figuriamoci una città! – ci siamo fermati nell’unica città sulla strada: la capitale dei Mormoni, Salt Lake City.
dsc_0866 Ci siamo arrivati nel pomeriggio, dopo una tappa per il pranzo in un supermercato, dove si trovano spesso buone cose per pochi dollari. Degli amici che ci sono stati in estate ci hanno avvertiti che le “sorelle” di Temple Square avrebbero tentato di convertirci. Girando alla larga dalle “sorelle” tutto è andato bene ;-) abbiamo visto Temple Square con le lucine di Natale – un qualche milione di led!! – e visitato il centro informazioni, dove abbiamo imparato che la città è stata fondata dai Mormoni verso la fine del 1800. Ora la popolazione Mormone è solo il 50% del totale, ma immaginiamo che prima rappresentavano una larga maggioranza. Una delle cose famose della città è il Tabernacle Choir – il coro del Tabernacolo, che purtroppo non cantava quella sera. Abbiamo però sentito un coro di giovani, bravi!

dsc_0868 A questo punto magari vi state chiedendo di chi sto parlando… i Mormoni sono i fedeli della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni – o Chiesa Mormone, per farla breve. La Chiesa è nata ufficialmente nel 1830 vicino a New York, fondata da Joseph Smith, che – sembrerebbe – ha avuto delle visioni in cui gli venne trasmessa la dottrina mormone, poi scritta nel Libro di Mormon, considerato un testo sacro così come la Bibbia. I suoi fedeli si spostarono nello Utah a causa delle persecuzioni di cui erano vittime, e fondarono SLC che divenne poi la loro sede. Non voglio discutere qui quali siano le loro credenze, ma se siete curiosi sono sicura che google vi risponderà ;-)

Tra tutte le città che abbiamo visitato fino ad ora, SLC è quella che dal punto di vista architettonico ci è piaciuta di più, probabilmente perché non ci sono grandi grattacieli e gli edifici non sono solo parallelepipedi di ferro e vetro. Piuttosto infreddoliti e umidi, siamo andati nel pub più vicino per una bella birra fresca. Per cena abbiamo cambiato birreria – e birra. Per fortuna siamo venuti qui ora e non due anni fa: allora i bar erano dei club chiusi e per entrarci bisognava o essere ospite di un membro o pagare la tassa d’ammissione. Ora la legge è cambiata, ma lo Utah resta comunque uno degli stati più restrittivi sul consumo e vendita di alcolici. Non pensate per esempio di andare al bar a bere un bianco per l’aperitivo: il vino viene servito solo se si ordina anche cibo – e solo a partire da mezzogiorno. Per i mormoni l’alcool è proibito, così come il fumo, il tè ed il caffè.

dsc_0983 Giovedì mattina ci siamo alzati presto per fare le ultime 4 ore di viaggio che ci separavano da Arches – uno dei parchi nazionali, famoso per avere più di 2000 archi naturali di roccia. Ci siamo arrivati poco dopo mezzogiorno, dopo un viaggio nel mezzo del nulla. Nonostante questo parco abbia allungato il nostro già lungo viaggio, dobbiamo dire che ne è valsa decisamente la pena. Abbiamo avuto solo poche ore per visitarlo, ma le abbiamo sfruttate al massimo. Mentre ci stavamo ancora chiedendo come fa la Balanced Rock a stare in piedi lassù, siamo stati stupiti dalle Windows, grandissime “finestre” nella roccia, solo per essere ancora più stupefatti dal Landscape Arch, lungo 90 metri e largo solo 3 al centro. Fino a un qualche anno fa ci si poteva anche camminare sopra!
dsc_1017 Mancava poi solo un’ora al tramonto, che volevamo vedere al Delicate Arch. Siamo arrivati appena in tempo dopo la mezz’ora di salita a passo spedito per vedere il sole sbucare dalle nuvole e illuminare di un colore rosso vivo l’arco e l’anfiteatro naturale sopra cui si trova. La comparsa del sole è stata subito seguita da un “ooooooohh!!” generale dei pochi presenti e da tantissimi “click click click click” delle macchine fotografiche. Quelle che vedete sono solo alcune delle moltissime foto che abbiamo fatto, che dovrete aspettare un po’ per vedere… siamo troppo impegnati a farne per avere il tempo di pubblicarle ;-)

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Dopo il pomeriggio stancante camminando nel parco, cosa si poteva pretendere di meglio che non un bagno nella Jacuzzi sotto le stelle? A seguire, come d’abitudine, birretta e cena nella birreria locale. Dopo un sonno ristoratore e una colazione memorabile nel simpatico B&B in cui eravamo, di nuovo partenza per …. lo saprete nella prossima puntata ;-)

Cinzia e Mirko

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In viaggio – capitolo 1 – Boise, Twin Falls e Yellowstone

Venerdì è stato l’ultimo giorno di lavoro per me e l’ultimo giorno di scuola per Cinzia. Già da qualche tempo abbiamo iniziato a pianificare quella che sarà la nostra vacanza per le prossime tre settimane: un viaggio in macchina nell’ovest degli Stati Uniti. Partendo da Seattle, ci dirigiamo a Sud-Est e dopo aver solcato il passo Snoqualmie e percorso alcuni chilometri, arriviamo nell’Oregon. Inizia a nevicare forte, dobbiamo guidare più di 300 km su strade innevate. Il primo giorno di viaggio dura un po’ più del previsto a causa della neve, ma arriviamo comunque in tempo a Boise -capitale dello stato dell’Idaho- per cenare e prendere la nostra camera per la prima notte.

dsc_0605 La cittadina di Boise è piccola, ma il centro, con i suoi edifici in stile basco, ha una certa personalità. Nonostante questo, l’unico scopo della nostra sosta a Boise è quello di riposare prima di continuare il viaggio verso il parco di Yellowstone, prima vera meta.
Durante il secondo giorno ci fermiamo a mangiare un panino a Twin Falls, nell’Idaho. Lì vicino passiamo a vedere le Shoshone falls, bellissime cascate che il fiume Snake forma versandosi in un canyon.
La nostra sosta a Twin falls dura poco, visto che ci aspetta ancora un lungo viaggio fino a west Yellowstone, dove arriviamo la sera, dopo aver guidato ancora per un centinaio di chilometri sulla neve. Per fortuna abbiamo deciso di noleggiare una macchina 4×4, così la guida sulla neve non ci crea quasi nessun disagio.

West yellowstone è un paesino situato all’entrata ovest del parco, chiusa alle macchine durante l’inverno. Non c’è molta gente, la maggior parte degli alberghi e dei ristoranti sono chiusi, ma abbiamo una camera riservata e troviamo un ristorantino per cenare. È abbastanza tardi e dopo cena andiamo subito a dormire.

dsc_0680 Al mattino, il gatto delle nevi arriva a prenderci in albergo alle 8.45, quando usciamo siamo contenti di esserci vestiti bene: il termometro indica 0° Farenheit, che corrispondono a quasi -18°C.
E sì, proprio un gatto delle nevi – o snowcoach. Come detto, l’entrata ovest è chiusa alle macchine ma è aperta ai mezzi cingolati o alle motoslitte. Sul gatto prendiamo posto noi ed altre 7 persone, più la guida.
dsc_0784 Poco dopo essere entrati nel parco troviamo dei bisonti, grandissimi mammiferi selvatici che si muovono lentissimamente per risparmiare le preziose energie. Il cibo è poco e per trovare un po’ di erba sono costretti a scavare nella neve. La gobba sulla schiena dei bisonti è formata da muscoli che permettono all’animale di scavare nella neve usando la testa. Sul fiume Madison ci sono tantissimi cigni e su un albero sulla riva opposta scorgiamo un’aquila reale. Più avanti, dopo aver visto ancora tanti bisonti, vediamo anche un coyote.

dsc_0736 Yellowstone è un vulcano che giace su tre caldere. Per questo, e per la potenza che un’eventuale eruzione potrebbe sprigionare, viene chiamato supervulcano. La zona che è considerata vulcanica è grandissima (55 per 72 chilometri) ed è ricoperta da pochi chilometri di crosta, ciò che rende l’attività vulcanica visibile: si possono vedere migliaia di geyser e fonti d’acqua calda.

dsc_0769 Il tempo è bellissimo, il cielo è tutto blu, e le nuvole di vapore create dai geyser e la neve creano uno spettacolo naturale stupendo. Scendiamo dal gatto delle nevi circa 3 chilometri prima di Old Faithful, uno dei più famosi geyser al mondo. Il resto lo percorriamo con le racchette da neve, passando accanto a diverse fonti e pozzi d’acqua calda, ed alcuni geyser. Arriviamo ad Old Faithful in tempo per vedere una bellissima eruzione del geyser con degli spruzzi di 30-40 m di acqua bollente che ci lasciano a bocca aperta. Sulla strada di ritorno incontriamo ancora un coyote così veloce che non riusciamo a raggiungerlo con il gatto delle nevi.

dsc_0839 La sera ci rilassiamo nell’idromassaggio dell’albergo e andiamo a cena in uno dei pochi ristoranti aperti a West Yellowstone (ed ovviamente non abbiamo potuto fare a meno di provare una buona bistecca di bisonte). Il giorno dopo siamo riposati e pronti per ripartire verso nuovi luoghi e nuove avventure che vi racconteremo nel prossimo post.

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Mirko e Cinzia

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Sincity – la città dei peccati

img_1277_w La maggior parte del progetto sul quale lavoro si svolge a Las Vegas, per questo motivo ho dovuto passarci un sacco di tempo. Durante queste settimane ho lavorato tantissimo ed ho avuto veramente poco tempo per approfittare dei famosissimi (o famigerati) svaghi offerti da questa strana città. Ho lavorato dall’albergo, il Trump hotel; molti giorni non sono nemmeno uscito da questa prigione dorata, come l’abbiamo soprannominato con i miei colleghi. dsc_3862 Rotolavo fuori dal letto per mettermi al computer e dopo 16 ore di lavoro rotolavo di nuovo a letto. Non molto entusiasmante come stile vita, ma mi ha permesso di accumulare un numero incredibile di ore supplementari che potrò godermi come vacanza l’anno prossimo. Dopo cinque settimane ho spinto per poter tornare a Seattle per diversi motivi: prima di tutto avevo voglia di tornare da Cinzia e poter approfittare delle serate e dei weekend con lei; secondariamente perché negli ultimi giorni tutti i miei colleghi erano già tornati a Seattle ed ero abbastanza stufo di passare tutto il mio tempo a lavorare. L’altro ieri sono dovuto tornare nella Sincity – la città dei peccati, per un’altra settimana, ma questa volta il ritmo di lavoro sembra decisamente più basso (infatti posso permettermi di scrivere questo post).

Abbiamo già parlato di quanto negli Stati Uniti tutto sia più grande ed esagerato. Credo che Las Vegas sia la caricatura dell’esagerazione americana: tutto grandissimo e luminosissimo e rumorosissimo e lussuosissimo, è capitalismo all’eccesso; qualsiasi cosa si possa comprare, in questa città la si può trovare. La città vi spinge a comprare cose che normalemente non comprereste mai, e a spereperare soldi nei Casinò. dsc_4482 La maggior parte del (poco) tempo libero che ho avuto, l’ho trascorsa nei Casinò sulla Strip, il nomignolo dato dagli americani al Las Vegas Boulevard, la strada principale di Las Vegas. Dopo alcune settimane ho sfiorato la dipendenza dal gioco d’azzardo, appassionandomi al Black Jack e, ovviamente, perdendo un po’ di soldi (ma non troppi ;-) ). Non ho molto da raccontare sulla città, che mi è piaciuta per i primi due o tre giorni ma poi mi ha subito annoiato. Si trova in mezzo ad un deserto, ed oltre ai Casinò e ai ritrovi notturni offre ben poco. È una città finta, messa qui per offrire svago ai turisti ma con poca personalità. Ho fatto qualche fotografia che vi invito a guardare.

Sulla strip ci sono molte attrazioni esterne che hanno come scopo quello di attirare l’attenzione dei visitatori per spingerli a poi entrare nel casinò. C’è un vulcano davanti al Mirage che erutta ad ogni ora, davanti al Treasure Island c’è una battaglia di pirati (e sexy piratesse in bikini) che si svolge pure ogni ora; mentre davanti al Bellagio (che prende il nome da un paesello sul lago di Como non lontano dal Ticino) c’è la più bella attrazione esterna di Las Vegas: un enorme lago-fontana con dei belllissimi spruzzi che si muovono a ritmo di musica. Ho girato dei video ma la qualità è scarsa, ne ho trovati di migliori in Youtube, guardate questo:

Las Vegas offre anche tanti spettacoli “indoor”, tante proposte del Cirque du Soleil e diversi maghi (David Copperfield si esibisce in uno dei Casino). Purtroppo non ho avuto ancora tempo per vedere nessuno di questi spettacoli, ma credo di poterci andare durante il prossimo weekend con Cinzia, che verrà qui a trovarmi.

Una nota positiva: la città si trova non molto lontano dal Grand Canyon, che ho potuto visitare durante un weekend. La gita mi è piaciuta un sacco, è un luogo magico ed impressionante, ma ve ne parlerò in un altro post.

a presto

Mirko

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Mare, monti e città

Siamo stati un po’ latitanti dal blog, un po’ per mancanza di tempo e un po’ anche per pigrizia perché scrivere questo post non sarà una cosa rapida… perché a dire il vero abbiamo sbagliato strada, aggiungendo parecchie ore al nostro viaggio e diverse cose da vedere e da raccontarvi. Cercheremo di riprendere almeno un po’ il filo e raccontarvi ancora qualcosa dei nostri viaggi.

dsc_3446 L’ultimo weekend di settembre abbiamo approfittato del bel tempo per fare un giro verso sud, nell’Oregon. Abbiamo iniziato il nostro viaggio con l’idea di andare a Long Beach, (una delle tante spiagge con questo nome). Il piano prevedeva di visitare la spiaggia e poi dirigerci verso Portland e dormire nei dintorni della città. Era una delle rare giornate limpidissime del Northwest, e già dall’inizio del nostro viaggio Mount Rainier ci teneva compagnia alla nostra sinistra. Questo vulcano è la cima più alta della Catena delle Cascate (4392 m). È davvero impressionante il modo in cui domina il paesaggio, visto che tutto attorno ci sono delle colline e montagne basse, nelle giornate di bel tempo lo si può vedere da Seattle (che sta circa a 90 km di distanza). La gente di Seattle lo chiama semplicemente “the Mountain” – e spera che non erutti, perché allora sarebbero guai seri…

Ci siamo fermati a fare pranzo vicino ad una linea ferroviaria. Abbiamo mangiato in un ristorante dentro a dei vecchi vagoni (gli hamburger – uno di bufalo e uno di bisonte – erano proprio buoni! ) e poi facendo due passi per andare alla macchina abbiamo visto una delle attrazioni turistiche della zona: un treno a vapore, con i vagoni d’epoca e il personale con le vecchie divise. Dopo le foto e il filmato di rito, che potete vedere qui sotto, siamo ripartiti.

Purtroppo – o per fortuna – nessuno di noi due ha visto il bivio in cui avremmo dovuto svoltare a ovest, e abbiamo tirato dritto. Ce ne siamo accorti qualche chilometro più tardi, quando ci siamo trovati all’entrata del parco nazionale di Mount Rainer. Un’occhiata alla cartina ci ha confermato che il giro si sarebbe allungato di parecchio, ma la giornata era splendida e la montagna invitante, e non abbiamo resistito. Qui sotto trovate una cartina con il nostro percorso.

dsc_3509 La splendida giornata autunnale ci ha regalato panorami mozzafiato mentre ci avvicinavamo a Paradise, affollatissima di turisti grazie al bel tempo e all’entrata gratuita al parco. Come sempre da queste parti, gli animali sono pronti a farsi immortalare dai turisti (saranno addestrati dai ranger?) e così abbiamo potuto vedere una lontra che sguazzava beatamente in un fiumiciattolo alquanto rugginoso. Da Paradise in poi è cominciata la discesa per raggiungere l’oceano. Siamo arrivati a Long Beach con il buio, e dopo aver trovato una camera e fatto cena (di pesce, ovviamente) siamo andati a vedere la spiaggia. Proprio perché era buio, non abbiamo visto un granché, a parte alcune macchine. A quanto pare, si possono percorrere i 40 km di spiaggia in macchina…

dsc_3531 Domenica siamo tornati alla spiaggia, finalmente con la luce. Come potete immaginare dalle foto, era freddo e ventoso. Siamo subito ripartiti in direzione di Portland, Oregon. Il confine tra Washington e Oregon è fissato dal fiume Columbia. L’abbiamo attraversato su di un lungo ponte, talmente lungo che quasi non si vedeva l’altra sponda.

Abbiamo visitato il centro di Portland a piedi. La città è un po’ più piccola di Seattle, e il lato storico più visibile. Storico si fa per dire, perché le città americane, soprattutto nel Northwest, hanno una storia di circa 150 anni. Ma comunque, c’erano stabili di un numero ragionevole di piani e costruiti con mattoni, non vetro e ferro. dsc_3553 Abbiamo attraversato la zona di Chinatown, e poi siamo andati al mercato. Bisogna dire che fino ad ora non abbiamo mai trovato un mercato che venda cose diverse dai soliti mercati in Europa … magari dovremmo andare in Cina a mangiare insetti fritti ;-)
Sopra al Portland Building, una statua ha attirato la nostra attenzione. È Portlandia, presente anche sull’emblema della città. La statua è alta 11 m, e se la donna rappresentata stesse in piedi sarebbe alta 15 m. Le sue dimensioni ne fanno la seconda più grande statua in rame battuto negli Stati Uniti (sapete qual’è la prima? ;-) ). Siamo stati felici di incontrarla, perché contrariamente a quello cui siamo abituati, le statue sono piuttosto rare nelle città da queste parti. Salutando Porlandia e Portland, siamo tornati a casa, dalla via diretta che ci ha tenuto per strada solo 3 ore.

A presto per nuovi aggiornamenti – sisi, scriveremo ;-)
Non perdetevi le nostre foto!
Cinzia & Mirko

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Dei piaceri della tavola

Parlare del cibo negli Stati Uniti è facile. Facile perchè il cibo è ovunque (prima delle uscite autrostradali ci sono dei grandi cartelli con indicati i ristoranti ed i fast food più vicini) e facilmente accessibile a qualsiasi ora del giorno e della notte. Costa sempre molto meno che da noi e nei ristoranti viene servito in quantità quasi sempre così grandi da bastare per due pasti: è diffusissima l’abitudine di portarsi a casa i resti con la “box” (una scatoletta in sagex), più volgarmente chiamata “doggy bag” (l’espressione pretende che i resti siano per il cane ma quasi sempre sono per il padrone).

dscn1660m_0 Ma allo stesso tempo è difficile perchè in quanto europei dobbiamo scontrarci con molti pregiudizi ed anche perchè la varietà di cibi disponibili è enorme. Il più grande pregiudizio riguarda la qualità del cibo. Ma molto spesso abbiamo potuto gustare piatti buonissimi!

La prima piacevole scoperta è stato il Crab Pot, ristorante che serve piatti di pesce. Vi portano in tavola una bacinella piena di gamberoni, granchi e altri frutti di mare, qualche patata e delle pannocchie: poi rovesciano tutto sul tavolo. Si riceve un asse ed un martelletto per spiattellare i gamberi fuori dal loro guscio, poi si mangia con le mani. I gamberoni si sciolgono in bocca e hanno un gusto da far sciogliere anche noi stessi! Ah, e come dimenticarsi del salmone? Siamo vicini al Canada e l’Alaska non è così lontana. Il salmone da queste parti (così come nei paesi scandinavi) è di casa, costa pochissimo ed è… mmmmmmmhh :-)

dsc_3368 I cinesi e i sudamericani sono numerosissimi da queste parte ed immigrando hanno portato con se le loro abitudini alimentari, influenzando quelle locali. Ci sono tantissimi ristoranti etnici, alcuni piccolissimi come Thai Tom, un bugigattolo con quattro tavoli dove abbiamo mangiato un Pad Thai da leccarsi le dita (e le bacchette). La cucina è aperta, dietro al bar, e guardare il cuoco mentre cucina i vostri piatti è uno spettacolo: lancia gli ingredienti nelle padelle con delle movenze da giocoliere.

dscn1733m_0 Ma, un momento, sono in America e sto scrivendo di cibo, e non ho ancora parlato di hamburger e hot dog? Li fanno così buoni che è veramente difficile resistere, la carne usata negli hamburger è di qualità e le salsicce negli hot dog sanno veramente di carne. Per limitare brufoli e di ciccia cerchiamo di non abusarne, ma non è così facile!

Spero di aver soddisfatto almeno un po’ la curiosità dei golosi, la prossima volta vi racconteremo del nostro viaggio dello scorso weekend.

A presto
Mirko

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